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La sindrome metabolica è una patologia cronica multifattoriale legata all’eccessivo accumulo di tessuto adiposo e all’insulino-resistenza. I fattori di rischio includono obesità centrale, intolleranza glucidica, diabete di tipo 2, iperuricemia, dislipidemia e ipertensione.
Il trattamento si basa su modifiche dello stile di vita, dieta, esercizio fisico e, se necessario, trattamenti farmacologici come gli ω3 e fitosteroli vegetali.

L’OMS definisce la sindrome metabolica una complessa patologia cronica multifattoriale caratterizzata da un eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, tale da determinare un rischio per la salute”.

La sindrome è stata di recente rinominata plurimetabolica in quanto riunisce in sé varie condizioni patologiche accomunate dall’instaurarsi dell’insulino-resistenza – causa fondante di tutte le reazioni metaboliche e non che caratterizzano tale s ituazione; es s a comprende quindi l’associazione di iperinsulinemia, obesità centrale, intolleranza glucidica o diabete mellito di tipo 2, iperuricemia, dislipidemia e ipertensione arteriosa.

Si tratta di una situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare che comprende sia una serie di fattori di rischio sia di sintomi che si manifestano contemporaneamente nell’individuo.

La sindrome metabolica è strettamente correlata all’obesità, ma dipende molto anche dalla tipologia di distribuzione corporea del grasso.

Ci sono diversi fattori che possono predisporre allo sviluppo dell’obesità, tra cui figurano quelli ereditari, socio-ambientali con prevalenza nelle classi socio-economiche più basse, comportamentali e psicologici. Rimane comunque fondamentale nella sua instaurazione lo stile di vita e l’alimentazione, e a meno del verificarsi di un’associazione con delle patologie molto gravi la sua cura può avvenire solamente attraverso una drastica modificazione delle abitudini alimentari e dello stile di vita in generale.

L’attività fisica non fa diminuire il colesterolo LDL ma incrementa molto quello HDL, fattore importante per la sindrome metabolica.

Per la diagnosi della sindrome metabolica si tiene in considerazione la misura della circonferenza addominale: essa non è associata al BMI, ed è diversa nelle diverse razze. I valori europei si sono recentemente uniformati a quelli delle altre popolazioni (in particolare degli USA) in quanto il raggiungimento di tali parametri risulta piuttosto difficile.

Nuove evidenze hanno posto l’attenzione sull’importanza di nuovi fattori, in associazione a questi storici, come la sindrome metabolica e l’obesità addominale: anche un individuo magro nel complesso, ma che presenta del grasso localizzato sull’addome incrementa il suo rischio in quanto il tessuto adiposo si comporta da organo endocrino – in particolar modo quello addominale al contrario di quello a livello dei fianchi/cosce.

Ad oggi in ogni caso la misura della circonferenza non è più il criterio fondante, ma è affiancato da altri – quali obesità, dislipidemie, ipertensione, glicemia elevata e insulino-resistenza e per diagnosticare la sindrome metabolica ne sono necessari almeno tre.

La misurazione dell’insulino-resistenza viene effettuata con tre indici, di cui il più usato è l’HOMA (homeostatic model assessment).

TRATTAMENTO DELLA SINDROME METABOLICA

La sindrome metabolica costituisce una condizione ad elevato rischio cardiovascolare, ma inizialmente si istituisce un trattamento primario non farmacologico; è indispensabile ottenere una riduzione ponderale mediante una restrizione dell’apporto di calorie, di lipidi saturi e di carboidrati semplici, nonché attraverso l’implementazione di un programma di esercizio fisico aerobico regolare. Gli obbiettivi terapeutici includono il decremento del peso e delle LDL – direttamente correlato con la riduzione dei trigliceridi – e un incremento dei livelli di HDL. Se si deve ricorrere ad un trattamento farmacologico atto alla riduzione dei trigliceridi si può operare attraverso un’integrazione di ω3, che sostituiscono gli acidi grassi saturi o monoinsaturi diminuendo la formazione delle VLDL.

Fitosteroli vegetali vengono integrati in piccola quota attraverso l’alimentazione, limitano l’assorbimento del colesterolo dalla stessa ma quello assorbito è una quantità molto piccola rispetto a quello derivante dalla sintesi endogena; di recente interesse il riso rosso fermentato che contiene delle statine naturali, possono essere utilizzati entro certi valori di colesterolo – magari in piccole dosi non fa male ma troppo o se livelli di colesterolo troppo alti non è utile.